Corriere di Rimini

Corriere di romagna rimini Bar Dalla Jole“L’INTERVISTA DELLA DOMENICA”

La signora Cenni, titolare del baretto sul porto, si racconta

RIMINI – “Jole, vieni che andiamo a fare le capriole”. “No, stamattina c’è la guazza”. Rimini 1979: in un capanno sul porto un vecchio e pesante marinaio in pensione si diverte a scherzare con la barista. Attorno a loro nuvole di fumo che si alzano dai tavolini dove altri pescatori in pensione giocano a carte ore e ore sorseggiando il loro bicchiere di Sangiovese tra un “moccolo” contro le brutte carte e una risata di sberleffo all’avversario quando gira meglio. Chi l’avrebbe mai detto che proprio da quel baretto lì oggi c’è qualcuno (Stefano, il figlio di quella barista) che parte alla volta del Dubai, il nuovo tempio del lusso mondiale, per spiegare come si preparano i cappuccini? Eppure le cose stanno proprio così. E il segreto in gran parte si spiega con la “vocazione” della signora Jole

Cenni, che al suo baretto non ha solo voluto dare il nome, ma in un certo senso anche l’anima.

Jole quanti anni ha?

“E’ qualche anno che ho compiuto 60 anni”.

Prima di iniziare con il baretto del porto cosa aveva fatto?

“Questo del bar è un lavoro che ho sempre fatto. Da piccolina mi mettevano a lavorare, a lavare i bicchieri, dietro il bancone con una cassetta di pomodori “sotto i piedi”.

In che posto?

“Era un circolo di San Lorenzo in Correggiano. Io sono originaria di là. Dopo, quando nel ’64 mi sono sposata, sono venuta ad abitare a Rimini, in via Rubicone. Mio marito, Domenico Fiorani, che è morto cinque anni fa, faceva il falegname. Io d’inverno facevo la pantaloniera, d’estate facevo la stagione”.

E cioè?

“La barista in spiaggia. Con mia sorella lavoravo al bar Serenella di piazzale Kennedy”.

Quando avete preso il bar del porto?

“Era il 1978. Quello di avere un bar tutto mio era un grande desiderio e mio marito lo sapeva. Del resto i nostri due bimbi ormai erano grandini e così avevo un po’ più di tempo. Così abbiamo

preso i risparmi di una vita di lavoro e lo abbiamo comprato in contanti… In fondo, pensai, un domani il bar poteva servire anche ai figli”.

Come era all’epoca il bar?

“Era proprio un chioschetto, una specie di cabina del mare. Non c’era nemmeno il frigorifero ma una specie di ghiacciaia per le bibite. Si facevano gli spiedini e c’era il gioco delle bocce. L’anno dopo abbiamo aperto. Abbiamo messo la tenda nuova e lo abbiamo chiamato Bar della Jole. Quando lo acquistammo era frequentato soprattutto dai pensionati dell’Associazione marinai e dai camionisti della Dogana. Col passare degli anni, grazie alla Capitaneria di porto, siamo riusciti ad allargarci e a rendere il bar più accogliente”.

Quando vi siete accorti che anche la clientela si stava trasformando?

“Un po’ alla volta al nostro bar sono arrivati i diportisti che avevano la barca sul molo. Venivano a prendere l’aperitivo. Dagli alberghi vicini i turisti venivano a prendere la colazione”.

Per molti diportisti, ma non solo, lei è una istituzione. Come si spiega questo successo?

“La nostra stagione dura da Aprile a Ottobre. La mattina arrivo alle 4.30 per preparare i panini e le spianate che ho già la gente di fuori che vuole entrare, sono quelli che hanno fatto il turno di notte al lavoro. La sera chiudiamo attorno a mezzanotte o poco più. Qualche anno fa ci hanno chiesto di far anche da mangiare e così siamo tornati a fare gli spiedini. Penso che il nostro successo dipenda proprio dal rapporto con le persone. A me è sempre piaciuto avere un rapporto familiare e abbiamo sempre lavorato soprattutto per avere clientela riminese. Da noi vengono i figli di quelli che venivano agli inizi e adesso anche i nipotini. Molti miei clienti io li ho visti da quando erano nella pancia. Ci conosciamo tutti. E spesso mi fanno anche dei regali: chi una bottiglia di vino, chi una pianta, chi un mazzo di fiori”.

Ha mai avuto delle delusioni?

“Arrabbiature ne ho avute tante, quando ad esempio il maltempo ci ha rotto una tenda. Ma non ho mai pensato di smettere. Il sollievo più grande l’ho avuto quando i camion della dogana se ne sono andati. Tutto quel fumo, quella fila, il caos. Ora la gente può stare al mio bar ancor più serenamente e col bel tempo dell’estate questo è un posto bellissimo”.

Le capita mai di avere dei vip nel suo locale?

“Mah… qua ci sono stati Gino Paoli, Antonella Clerici, il calciatore come si chiama?…Bettarini… e poi altri, ma io non li conosco mica. E’ sempre Stefano (mio figlio) che me lo dice. Di Gino Paoli me ne ricordo bene perché ha detto ”buono ‘sto caffè”. E poi se n’è bevuti tre”.

Quante ore al giorno lavora?

“Quando Stefano e Paola erano piccoli dormivo anche due ore per notte. Mi ricordo che la mia mamma mi sgridava sempre. Ma io sono sempre stata abituata a lavorare. E anche adesso che i figli sono grandi, quando stacco dal bar mi piace occuparmi della casa, stare con i nipotini o andare a spazzare e a pulire davanti casa”.

Come si fa a trovare tutte queste energie?

“La carica me lo dà lo stare tra la gente. Mi è sempre piaciuto e mi piace vederli contenti. Se un caffè non mi viene bene io lo rifaccio. Oggi vedo che forse non c’è più questo atteggiamento. Ma io per il cliente mi spezzo in due e che soddisfazione quando arriva un cliente che ordina un caffè e dice: però lo voglio dalla Jole. Una volta mi hanno persino regalato un’orchidea!”.

Certo, questi regali i clienti degli anni ’70 non glieli facevano…

“No, anche loro sono sempre stati carini e gentili con me. Spesso vengono a trovarmi delle persone della mia età e ci ricordiamo dei tempi passati. Così vengono alla mente tanti ricordi. I pescatori che mi portavano il pesce appena pescato o quella volta che mi invitarono a mangiare sulla barca il brodetto col nero di seppia che lo avevano fatto talmente saporito che dicevo di svenire. E poi quell’omone di marinaio che dal tavolo mi diceva: Jole, vieni che facciamo le capriole….”


No Replies to "Corriere di Rimini"


    Got something to say?

    Some html is OK